L'Arte di Indagare VII Tappa

Dopo il X secolo il territorio mostra un notevole incremento demografico, con il definitivo stabilizzarsi degli abitati ed un notevole popolamento del territorio, fortemente arroccato con torri e castelli. I primi castelli sorgono , per lo più, sui resti delle acropoli delle antiche città onde si sfruttava la posizione arroccata e , in qualche caso, i resti murari. Il classico schema del "castrum" comprende la cinta, la torre principale , il palazzo baronale e la Chiesa. Il crescente sviluppo del feudalesimo, nei secoli XII e XIII , portò alla formazione di una serie di vere e proprie isole incentrate nel castello baronale ed in un sistema di vedette, inserite nel fitto ed ancor efficiente reticolo dell'antica viabilità romana. Le torri medievali ci appaiono per lo più isolate nel loro corpo quadrato o rettangolare; originariamente erano, però, simili a dei castelli , con una porta al primo piano collegata , per mezzo di un ponte levatoio, all'antemurale ( il primo muro di difesa), e con un secondo ingresso che permetteva di entrare al piano terra.Tor di Mezzavia di Frascati sorgeva sul margine destro della via Tuscolana , poco dopo il bivio con la Via Anagnina (l'antica via Latina). La torre è quadrata ed ha la base in scaglie di selce, mentre l'alzato è in blocchetti di peperino misti a frammenti marmorei. La sua importanza è data senz'altro dalla posizione a cavallo tra le due strade , molto sfruttate nel Medioevo. La torre venne eretta sulle rovine di una villa suburbana di età imperiale, il cui resto più cospicuo è costituito da una cisterna contraffortata , che venne impiegata come abitazione nel Medioevo. Tor di Mezzavia fu trasformata in Casale-torre e fornita di un tetto a mansarda. In quest'epoca , la vasta tenuta apparteneva alla famiglia Mordani , cui spetta la stessa costruzione della torre. Alla fine del XII secolo il casale risulta di proprietà della famiglia degli Annibaldi, mentre nel XIV secolo passa alle monache del monastero di S.Lorenzo in Panisperna. I resti del Castel De Paolis si trovano a circa 1000 m a Nord Ovest di Marino, su di un colle chiamato "Cimino" : in ricordo di un tal Pietro Cimino che nel '300 era proprietario di vari terreni sparsi su questa zona. Il castello venne costruito sulle rovine di una villa dell'epoca imperiale , in una posizione strategica : permetteva di controllare l'antica strada che univa Roma a Castrimoenium (fu un municipium romano del Lazio, collocato approssimativamente nel territorio comunale dell'attuale Marino). Il castello venne citato per la prima volta in un documento del 995 . Era ricordato, infatti, come uno dei capisaldi creati dai potenti conti di Tuscolo per poter difendere i loro possedimento nelle lotte baronali: lotte decisive per dominare i pontefici ed influenzare le nomine di vescovi ed imperatori. All'interno delle mura di questa fortezza vi era stata innalzata una chiesa , dedicata a S.Maria , Una bolla risalente al 1033, infatti, riguardava la conferma della cessione dei conti di Tuscolo ai monaci dell'abbazia di Grottaferrata ; sottoscritta dallo stesso Benedetto IX. Oltre ai conti di Tuscolo, anche Frangipane , Orsini e Colonna si contesero il castello. La località in cui sorgeva il Castel di Molara è situata in parte nel comune di Grottaferrata e in parte nel comune di Monte Compatri. Molara era un antichissimo castello al XV miglio della Via Latina, oggi Via Anagnina, posto ai piedi del Tuscolo. La prima citazione del "castrum Molariae " è del 1090, contenuta nel "Chronicon Sublacense", e viene ricordato il passaggio in dote del castello da Agapito dei conti di Tuscolo ad Annibale Annibaldi. Da questo momento Molara diventerà la roccaforte della famiglia Annibaldi sui Colli Albani. Nel 1328 Molara subì un assedio da parte dell'imperatore Ludovico il Bavaro, e dovette arrendersi dopo tre giorni, l'11 giugno, per mancanza di viveri. Nel 1423 Paoluzzo Annibaldi, avendo ucciso Savello Savelli, subì la confisca del castello di Molara, che andò per i 5/6 alla Camera Apostolica e per 1/6 ai Savelli. Fra alterne vicende, il glorioso castello passò dagli Annibaldi ai Colonna; ma nel 1463 papa Pio II così parla di Molara: "Molaria deserta iacet" (Pio II, Commentarii). Lo stesso si dice nel 1504, quando Annibaldi e Savelli si dividono la proprietà del castrum dirutum di Molara. Nel 1575 Molara è ancora degli Annibaldi, ma alla fine del XVI secolo passa agli Altemps, quindi nel 1613 ai Borghese e nel XVIII secolo agli Aldobrandini. Palazzo Savelli, oggi sede del comune di Albano Laziale, venne fatto costruire intorno al 1200 da Luca Savelli , feudatario di quei luoghi ;sorge sulle rovine di una cisterna romana le cui navate, coperte con volte a botte, costituiscono il basamento dell'edificio. Costruito come fortezza lungo la via Appia, nel corso dei secoli si espanse occupando una vastissima superficie, inglobando l'area di Porta Pretoria e la chiesa di San Pietro. Della rocca medievale sono visibili, oggi, le torri quadrangolari ai lati del palazzo e il corpo centrale costruito con blocchetti in peperino. Nel 1600 furono eseguiti i primi interventi di ristrutturazione dell'edificio e nel 1602 divenne il palazzo residenziale dei principi Savelli dopo che gli stessi furono costretti a lasciare quello di Ariccia venduto ai principi Chigi. Il palazzo poi assunse l'attuale aspetto dopo il 1697, anno in cui i Savelli, gravati da debiti, vendettero il feudo di Albano alla Camera Apostolica e papa Benedetto XIV lo restaurò e lo ampliò così come è oggi. Sulle pendici del "Monte Allgidus" sorgeva, al tempo dell'Impero Romano, uno dei più validi avamposti di difesa di Roma e, nel Medioevo, divenne un castello fortificato che estendeva il suo dominio su una vastissima zona. Il Castello ha sempre avuto un grande valore per la sua posizione strategica , che permetteva ai suoi proprietari di dominare una vastissima zona attraversata da un lato dalla via Appia e dall'altro dalla via Latina. Accanto al Castello sorgeva anche una chiesa dedicata a San Silvestro e costruita, probabilmente, sulle fondamenta dell'antico tempio che i Romani fecero erigere in onore di Giano (Ara Jani). L'intero fondo era amministrato, per conto della Chiesa, dai Conti di Tuscolo. La poca stabilità del governo pontificio determinò continui passaggi di proprietà e dispute tra Roma e le famiglie dei Conti di Tuscolo , degli Annibaldi e dei Colonna. Con Papa Eugenio IV, gli Orsini, aiutati dai Savelli e dai Caetani, entrarono in possesso dell'intera zona del Maschio di Lariano, ma i Colonna furono sconfitti solo nel 1433 quando le milizie Veliterne, guidate da Paolo Annibaldi della Molara, distrussero l'abitato e la Rocca. Gli abitanti del Castello e del villaggio si trasferirono nella zona che diede origine alla città di Velletri, mentre molti altri occuparono le zone più basse dando origine all'attuale agglomerato urbano di Lariano.

Theotòkos - Abbazia di San Nilo, Grottaferrata

Come abbiamo detto, durante il Medioevo, vennero riutilizzati molti ruderi e strutture degli edifici romani. Un esempio è quello dell'abbazia di Grottaferrata .Il monastero venne fondato da S.Nilo di Rossano , nato nella Calabria bizantina e quindi greco di origine e di rito, nel 1004. L'abbazia rappresenta il luogo di incontro e dialogo tra Occidente greco e latino. La struttura sorse, proprio sui colli di Tusculum, su dei ruderi di una grande villa romana , forse appartenente a Cicerone. La villa preesistente di età repubblicana , è una delle tante attribuite allo scrittore latino , ma tutt'oggi non esistono prove che permettevano di avvallare tale ipotesi. La cosiddetta "crypta ferrata", un piccolo edificio a doppio ambiente in blocchi di peperino ( opus quadratum), è una cella sepolcrale a due camere che era annessa proprio alla villa creduta di Cicerone: si pensa che possa essere la probabile tomba della figlia Tullia. Il nome "crypta ferrata" è riferibile alla presenza di finestre con doppia grata in ferro. La costruzione della chiesa , dedicata alla Madonna ed intrapresa dai S.Nilo e Bartolomeo, si protrasse sino al 1024. Il 17 Dicembre di quell'anno , infatti , il papa Giovanni XIX la consacrò. Il santo ottenne da Gregorio, conte di Tuscolo, capo della più potente famiglia romana dell'epoca, il terreno dove edificare la nuova fondazione. Il monastero divenne un importante centro di cultura, poiché vi si proliferano molti codici. Fu lo stesso S.Nilo, esperto amanuense, a spronare i monaci a divenire degli abili "scriptores". Il principale lavoro del santo consisteva nel copiare con bella grafia i manoscritti delle Sacre Scritture e di opere dei padri della Chiesa, che egli contemporaneamente studiava e postillava . A questo egli univa la pratica di un'austera penitenza spirituale e corporale. L'abbazia , nel corso del tempo, dovette subire delle atroci peripezie : razzie da parte dei conti del Tuscolo, invasione dei Normanni nel Lazio e nel territorio abbaziale, continue lotte fra Albano e Tuscolo e poi fra Romani e Tuscolani, infine l'invasione del Barbarossa su Roma e sui territori del monastero .Tra il 1483 ed il 1491 il Cardinale Giuliano della Rovere decise di costruirvi un'opera di fortificazione e di protezione. Sorse così quel castello che dal Della Rovere prende il nome. Nel 1492, però, Giuliano è costretto ad espatriare in Francia, osteggiato dal temibile Alessandro VI Borgia ; il castello passò temporaneamente a Fabrizio Colonna, che lo tenne per conto di Alfonso re di Napoli. La chiesa dell'abbazia possiede importanti testimonianze dello stile bizantino dell'epoca . Uno dei primi esempi è proprio la porta d'ingresso con il mosaico sovrastante dell'XI secolo, che rappresenta la " Dèisis" , ovvero l'intercessione: Gesù benedicente seduto in trono con il Vangelo di S.Giovanni , mentre ai lati ci sono rispettivamente la Madonna e lo stesso santo e , in proporzioni minori, la figura di un monaco. L'interno della chiesa, originariamente in stile romanico, è stato trasformato nel 1754 con un rivestimento in stucco in stile barocco che ha ricoperto gli affreschi alle pareti e le colonne, trasformate in pilastri. L'arco trionfale è senz'altro un'altra splendida testimonianza dei tipici mosaici medievali ed è riferibile al XII secolo . Esso rappresenta la pentecoste: le figure ieratiche dei santi Apostoli , tutti riconoscibili dalle scritte in greco che li fiancheggiano , sono schierate su dei preziosi seggi con al centro il trono vuoto in attesa del Cristo per il Giudizio . Nel trono vuoto al centro è raffigurato un agnello , simbolo del Cristo sacrificato, ai lati gli apostoli Pietro e Andrea , simbolo di Roma e Costantinopoli. Per ultima , ma non per minor importanza, va citata la "Theotòkos "("colei che genera Dio" e spesso viene reso in italiano con "Madre di Dio") posizionata al centro della Basilica di Grottaferrata, dietro l' 'iconostasi del Giorgetti su progetto del Bernini; è un'icona bizantina dipinta a tempera su tavola. E' raffigurata a mezzo busto, leggermente piegata verso il Bambino, avvolta da un mantello di porpora scura, color "ciliegia matura" con lievi lumeggiature color amaranto .Sul capo e sulle spalle le tre stelline d'oro : simboleggiano la verginità di Maria, prima, durante e dopo il parto. Indica con la mano il Figlio. Questo gesto esprime il senso del titolo: è colei che "guida" gli uomini verso la "via", verso Cristo. Il fondo è tutto d'oro : valore assoluto senza cromatismi , simbolo dell'eternità perché incorruttibile. Il Bambino veste una tunica verde scuro e un mantello rosso porpora, simbolo della divinità, ambedue intessuti di tratteggi a fili d'oro. Sul suo volto, secondo i canoni iconografici bizantini, vi sono fusi elementi fisiologici infantili e virili, per dimostrare la sua completezza di uomo perfetto. Indossa la tunica e il mantello dei grandi personaggi, tiene in mano il rotolo della legge, distintivo dei giudici e dei maestri. Egli, infatti, è il maestro divino, il giudice giusto.

Gentile da Fabriano - Madonna col Bambino

Spostandoci sui manufatti, quali tavole ed affreschi , che testimoniano la proliferazione di un'attenzione fortemente liturgica nel Medioevo: Il Museo Diocesano di Velletri , che nasce dalla raccolta di tutte quelle opere e quegli oggetti non più utilizzati a fini liturgici ma conservati per il loro intrinseco valore , documenta e testimonia le vicende complesse della sede vescovile veliterna . Alcune opere provengono da donazioni oppure da altre chiese veliterne : la ricchezza del patrimonio di alcune chiese locali testimonia la grande importanza della città in epoca medievale. Un ruolo di primaria importanza , a tal proposito, riguarda la celebre tavola di Gentile da Fabriano , trasferita nel 1633 a Velletri dalla Chiesa dei SS.Cosma e Damiano in Roma nella chiesa di S.Apollonia e successivamente nella cattedrale. La tavola che rappresenta una "Madonna con bambino" è stata realizzata dal pittore tra il 1426 ed il 1427; presenta una vistosa lacuna proprio nella parte centrale . E da quel che è rimasto si può ricostruire la postura delle figure : la madonna ha la gamba destra a terra , mentre tiene alzata la sinistra, su cui siede il Bambino, che ha a sua volta la gamba sinistra a mezz'aria e la destra ben tesa , così che il piede esce dalla zona della lacuna . La Madonna tiene il corpo del bambino con ambedue le mani, e lo ricopre con il manto che la mano sinistra porta con sè. Ai lati, ci sono due angioletti adoranti, privi ormai di colore, visibili soltanto per la preparazione monocroma, che lascia ancora trasparire la pittura della cassapanca intarsiata. Si tratta di una Madonna dell'umiltà, con Maria seduta su un cuscino, riccamente decorato, in terra, sullo sfondo di un pancale decorato da intarsi e intagli alla maniera senese. Nell'aureola di Maria si legge l'iscrizione "[a]ve maria [grat]ia [plena]" e sull'orlo del suo manto "AVE GRATI[A]". Al di fuori della zona distrutta, la conservazione della pittura è buona, e tutti i colori mantengono l'antico smalto. Per un'errata lettura della data di realizzazione, riportata nell'iscrizione sul retro della tavola, fu creduta a lungo compiuta durante il pontificato di Felice IV e posta in venerazione con il titolo di "Madonna della Vita" fino al 1913, anno in cui Lionello Venturi osservandola nella chiesa di Velletri l'ha restituita al catalogo di Gentile da Fabriano. L'opera, grazie all'asportazione di una vecchia cornice durante il restauro del 1912, ha ritrovato la sua forma originale cuspidata. La tavola che si caratterizza per la realizzazione dei volti della Madonna e del Bambino, è l'unica rimasta del periodo romano dell'artista, essendo purtroppo perduti gli affreschi che aveva realizzato, e non terminato, per San Giovanni in Laterano.Non si esauriscono alla tavola del Gentile le stupefacenti testimonianze: abbiamo la tavola con "La Visitazione " del senese Bicci di Lorenzo , del 1435, e la"Madonna con Bambino" di Antoniazzo Romano,proveniente dalla cappella dei santi Ponziano ed Eleuterio nella cripta del Duomo. La splendida tavola della Visitazione di Maria ad Elisabetta , venne donata dal cardinale veliterno Stefano Borgia alla sua famiglia per essere posta in venerazione sull'altare della Cappella gentilizia nella Cattedrale. La tavola faceva parte originariamente di un polittico, smembrato nei secoli scorsi, di cui restano solo la pala centrale e un tondo nella cuspide in cui è raffigurato Re Davide che suona la cetra. Sempre della scuola di A.Romano , è l'affresco staccato dall'antica abbazia agostiniana di Santa Maria dell'orto , fuori dalle mura cittadine. Il soggetto è il tema della crocifissione , tra i protagonisti canonici si aggiunge l'ignoto committente dell'opera che è di profilo ed in ginocchio, con in mano un berretto. L'affresco riporta delle vistose cadute di colore, che rende i soggetti ed il paesaggio sullo sfondo evanescenti: è l'umidità ad aver compromesso la sua stabilità.

Bottega di Antoniazzo Romano - Affresco con la crocefissione


Nella prossima ed ultima tappa parleremo del complesso delle Ville Tuscolane dell'epoca moderna: uno storico complesso architettonico e paesistico dai caratteri omogenei. Con questo toponimo si indica l'insieme delle monumentali fabbriche edificate in epoca rinascimentale per la residenza delle principali famiglie a vario titolo legate alla corte pontificia.

A cura di Margherita Perciballi