L'Arte di Indagare V Tappa

L'ARTE DI INDAGARE V TAPPA

La quinta tappa del nostro viaggio nel tempo ci porterà alla scoperta delle guerre contro le popolazioni che s'insediarono nel Latium Vetus e le conseguenti annessioni territoriali che furono il primo passo di una politica di conquista che avrebbe portato Roma a divenire in breve tempo la potenza egemone nell'Italia centrale.

Alla fine del II millennio a.C. ha inizio la storia dei Latini ; costoro erano tribù di origine indoeuropea, provenienti dall'Europa centrale o dall'Asia minore. I "populi" latini erano soliti federarsi in leghe politico-religiose che veneravano una divinità comune. Le leghe erano dirette da un dittatore (dictator latinus) eletto a turno dai diversi popoli. I federati mettevano in comune gli eserciti, si spartivano i bottini di guerra, fondavano colonie commerciavano tra loro. Gli scavi archeologici della seconda metà del XX secolo hanno confermato l'esistenza di Alba Longa, Tusculum, Aricia, Lanuvium, Velitrae e delle altre città latine sorte intorno all'antico vulcano Laziale tra il X e l'VIII secolo a.C.

STIPE VOTIVA IN LOCALITA' PANTANACCI (Lanuvio)

Queste comunità che si stabilirono nel Latium Vetus non erano un popolo ma un insieme di popoli con un nome comune ( Nomen Latinum) , un comune linguaggio ed un comune senso di appartenenza. I Latini divennero quindi il popolo dominante di questo territorio che , secondo Plinio il Vecchio, si estendeva dal Tevere sino al Circeo. Il modello "latino" della formazione dei centri proto urbani era caratterizzato da un'occupazione precoce dell'acropoli e da un successivo allargamento su pianoro adiacente. Il centro politico e religioso del Latium Vetus si trovava sui Colli Albani con la mitica città di Alba Longa (sulla dorsale sud-occidentale del Lago Albano) e con il Mons Albanus (l'odierno Monte Cavo), il monte sacro dei Latini sul quale sorgeva il Tempio di Iuppiter Latiaris ( Giove Laziale) . Questo è il motivo per cui , i primi abitanti del Lazio, vennero chiamati Albenses. Secondo la leggenda, descritta nel primo libro dell'Eneide di Virgilio, la città di Alba Longa venne fondata da Ascanio (o Iulio) figlio di Enea. La fondazione della città sarebbe avvenuta intorno alla metà del XII secolo a.C.

Dallo stesso Ascanio, che regnò per 38 anni , discese la dinastia di quattordici re albani. Secondo Tito Livio fu proprio un discendente dei Re Albani, Romolo, nipote del re Numitore, a fondare nel 753 a.C la città di Roma, la futura Caput Mundi. Le due città riuscirono a convivere tranquillamente sino al regno di Numa Pompilio.Con il progressivo affermarsi della potenza di Roma , sotto il re Tullo Ostilio ( metà del VII secolo a.C) i rapporti fra i Romani e la popolazione di Alba Longa si guastarono e sorsero innumerevoli controversie. La disputa si risolse , secondo la tradizione, con la battaglia tra gli Orazi e Curiazi , tre fratelli romani i primi e tre fratelli albani i secondi. La successiva vittoria degli Orazi portò all'assoggettamento della città latina allo Stato romano. Una delle testimonianze , secondo la tradizione locale, riguardo l'epico scontro è il Sepolcro detto "degli Orazi e Curiazi" che si trova in località la Stella, ad Albano. Secondo alcuni studiosi, tra cui il Nibby, non si tratta del reale luogo di seppellimento , poiché questo si trova presso il V miglio della Via Appia e non al XV dove attualmente è stato posto il monumento. Si tratta di un monumento costituito da un parallelepipedo di pianta quadrata, sormontato da quattro torrioni troncoconici angolari ed uno che si erge al di sopra di un tamburo circolare. Il podio presenta in basso uno zoccolo modanato e superiormente una cornice a dentelli. Il torrione centrale conteneva internamente la cella sepolcrale a pianta quadrata. Del monumento restano , oltre al basamento, i due coni orientali quasi fino alla sommità , con il rivestimento in gran parte di restauro, oltre al nucleo interno dei coni occidentali e di quello centrale. Gli studiosi, pur non avendo risolto il problema dell'identificazione, hanno comunque posto un punto fermo sulla datazione del sepolcro : da porsi nella seconda metà del I sec a.C., in età tardo-repubblicana. Tra le ipotesi una delle più probabili , circa l'identificazione, sembra quella dell'attribuzione al sepolcro agli Atti , gens latina corrispondente alla famiglia etrusca degli Atti di Volterra , a cui appartiene un epigrafe rinvenuta nel XVIII secolo nei pressi del monumento. Il restauro venne ordinato dallo stesso Antonio Canova , in qualità di Ispettore Generale delle Belle Arti dello Stato pontificio, incaricò Giuseppe Valadier e Paolo Provinciali di eseguire la riqualificazione del monumento . I lavori , iniziati nel 1825 , si protrassero per altri dodici anni. L'intervento del Valadier fu indubbiamente massiccio ma sostanzialmente corretto, almeno da un punto di vista filologico: vennero evidenziati i blocchi di reintegrazione e delle nuove modanature vennero ricreati solo i volumi. Purtroppo il largo impiego di barre e grappe in ferro, che si sono successivamente ossidate, ha causato con il tempo il formarsi di fessurazioni e distacchi di materiale. L'intervento è senz'altro un'importante testimonianza di un periodo in cui si gettavano le basi dei moderni criteri di restauro . Negli ultimi decenni del VII secolo, ed ancor di più nel corso del VI secolo a.C, si era andata affermando in tutto il territorio latino , ma anche quasi in tutta la Campania e in parte della pianura Padana, la supremazia etrusca , che si protrasse fino alla fine del VI secolo a.C e che a Roma corrispose , secondo la tradizione agli ultimi tre re , due dei quali appartenenti alla dinastia dei Tarquini. Gli etruschi nel 524 a.C avevano tentato senza successo di impadronirsi di Cuma ; per scongiurarne l'avanzata la città campana guidata da Aristodemo , si alleò proprio con le città latine .Insieme sconfissero gli etruschi di Porsenna , re di Chiusi, nella battaglia di Ariccia del 504, espellendo così gli Etruschi dalla Campania e dal Lazio. L'episodio coincise con la cacciata , da parte delle gentes aristocratiche , di Tarquinio il Superbo da Roma, che passò così ad un ordinamento di stampo repubblicano. All'inizio del V secolo a.C., dopo una serie di scontri e la vittoria presso il Lago Regillo (499, o 496 a.C.), i Romani costrinsero i Latini a diventare loro alleati. Fu il console Spurio Cassio a realizzare nel 493 a.C. l'accordo – chiamato foedus Cassianum («patto di Cassio») – che istituiva una lega per la difesa comune da altri popoli, come Equi, Volsci, Sabini ed Etruschi. Per tutto il V secolo a.C la Valle latina fu , infatti, teatro di scontri tra Romani e Tuscolani da una parte, Equi e Volsci dall'altra. Questi due fieri popoli italici ,che provenivano dal nativo Appennino , cercavano di aprirsi la strada verso le fertili pianure laziali che offrivano possibilità di scambi e migliori condizioni di vita. Gli Equi si stanziarono sulla dorsale dell'Algido quasi a ridosso di Tuscolo. I Volsci avevano avanzato le loro roccaforti sull'Artemisio. L'epicentro della secolare lotta fu la piana della Doganella e dei Pratoni del Vivaro, dove spesso vennero rinvenuti scudi di bronzo e frammenti di armi. Roma cercò di spezzare il collegamento tra i due eserciti nemici e nel contempo mantenere il proprio attraverso il vitale passo dell'Algido con l'alleato popolo degli Ernici.Con la decisiva battaglia dell'Algido del 431 a.C , si vide la sconfitta irreparabile degli Equi e dei Volsci . Debellati i primi e respinti i secondi entro il territorio pontino : Roma dette l'assetto all'ambiente della Valle Latina in funzione delle proprie esigenze e necessità strategiche. L'alleanza con i Latini non fu però stabile: quando i Galli invasero e incendiarono Roma (390 a.C.) i Latini si divisero e lo stesso accadde durante le guerre sannitiche. Per questo i Romani, vittoriosi a Trifanum, sciolsero la lega (338 a.C.) e assorbirono i Latini nello Stato romano. Grazie allo Ius Latii («diritto latino»), i Latini ebbero dei privilegi rispetto agli altri popoli italici sottomessi da Roma, come il diritto di cittadinanza se risiedevano a Roma. La situazione, instabile e caotica anche nelle lotte ora in alleanza , ora in antagonismo con Roma , si concluse quando venne sciolta la stessa Lega Latina. Roma s'impose politicamente stringendo patti particolari con le singole città e , pacificato e reso sicuro il Lazio, si avvierà con decisione alla conquista delle regioni esterne. Tra il IV ed il III secolo a.C si evince nel territorio una notevole modifica nel carattere degli insediamenti , con una netta diminuzione dei piccoli insediamenti sparsi di carattere unifamiliare, rispetto ad un progressivo incremento delle aggregazioni per villaggi, che si dispongono tendenzialmente sulle vie di maggiore comunicazione. Nasce così una fitta maglia di tracciati in funzione centripeta di Roma. Strade come la Via Appia, o quella Latina, moltiplicano la possibilità di rapidi e continui scambi e commerci con Roma, dando anche la possibilità di realizzarvi , sui territori attraversati, nuovi insediamenti e l'incremento di attività produttive.

MONTE CAVO (Via Sacra)

A quest'epoca risalgono le grandi opere di bonifica idraulica delle bassure, come quella dei Pratoni del Vivaro . Quest'area , infatti, è da considerarsi come il residuo di un antico bacino lacustre bonificato in epoca repubblicana , proprio per permettere il passaggio della Via Latina. Precedentemente la strada passava a mezza costa sopra il Colle della Mola. Quest'ultimo controllava il passo del Monte Algido, che fu luogo di frontiera nelle lunghe e difficili guerre sostenute dai Latini davanti agli attacchi degli Equi e dei Volsci tra V e VI secolo a.C. La via Latina è stata , in alternativa con l'Appia, la più importante arteria per il Mezzogiorno d'Italia. Essa dopo aver attraversato i Colli Albani , percorreva sul versante dei Lepini la lunga valle del Sacco e del Liri. Il suo tracciato, di origine antichissima m si definì alla fine del IV secolo a.C anche nel nome , che le deriva dal fatto che attraversava tutto il territorio della Lega Latina. Il percorso complessivo della strada , da Roma a Capua, era di 129 miglia ( 190, 6 km) e la distanza era comunemente percorsa da un viaggiatore a piedi in ben 5 giorni. Nell'ambito della cultura popolare un notevole riflesso ha nel IV e specie nel III secolo a.C sull'urbanistica delle città e del territorio la massiccia partecipazione alla vita dei santuari , dove si ricerca la salute e la fortuna propria o dei cari , propiziandosi in favore della divinità con doni votivi. In quest'ottica s'inserisce la via che saliva alla vetta di Monte Cavo , in comune di Rocca di Papa , ed alla quel si dà oggi comunemente il nome di Trionfale. Con questo si allude al fatto che in tarda età repubblicana era percorsa da quei generali vittoriosi , ai quali era stato decretato il privilegio di recarsi al tempio di Giove Laziale per compiere un sacrificio di ringraziamento al dio. Da questo momento il Latium Vetus divenne una sorta di "appendice" di Roma , da cui la città dominante attingeva uomini per le guerre di conquista o per fondare colonie in tutta Italia. Le manifestazioni artistiche ed i prodotti artigianali di questo territorio si conformano orami al clima culturale che progressivamente si sta omogeneizzando di pari passo con l'espansione di Roma. Ne sono un esempio gli oggetti votivi di terracotta dedicati nei santuari o le decorazioni architettoniche , sempre in terracotta , che decoravano i templi. Gli ex voto di terracotta rappresentavano oggetti , animali , parti del corpo, piccole statuette di offerenti e divinità , ed erano diretti prevalentemente a divinità salutari e protettrici della nascita od ella gioventù. Il fenomeno , oltre ad indicare una comune matrice religiosa, rivela anche l'influenza dello stile della coeva scultura greca e lo spostamento di artigiani . La stipe di Lanuvium ,databile dal V al III secolo a.C, venne scoperta grazie ad una campagna di scavo nel 2012 . L'intervento riuscì ad interrompere uno scavo clandestino e di recuperare una gran mole di materiale votivo destinato al mercato antiquario internazionale. Il sito archeologico si colloca in località Pantanacci (Lanuvio) , non lontano dal celebre santuario di Giunone Sospita ; si identifica come una stipe votiva collocata in un antro naturale. Il costone roccioso accoglie diverse cavità , dalle cui pareti di fondo tutt'oggi sgorgano spontaneamente acque sorgive attraverso aperture. Si riteneva , infatti, che queste acque avessero proprietà terapeutiche e salutari, ciò favorì lo sviluppo di un culto legato ad una divinità che avesse le medesime potenzialità. Gli oggetti votivi appartengono a tipologie differenti, con una cronologia prevalentemente orientata tra il IV ed il III secolo a.C. Per quanto concerne il vasellame, sono presenti prevalentemente ceramiche ad impasto (soprattutto olle) e ceramica a vernice nera ( tra cui spiccano esemplari miniaturistici ); riguardo i votivi anatomici invece, sono stati riportati alla luce modelli raffiguranti mani, piedi, gambe, braccia, figurine intere ( maschili, femminili, infanti), busti con intestino, vesciche, mammelle, uteri falli, vulve, orecchie, mascherine con occhi ecc... .

VIA LATINA

Gli oggetti, concavi, venivano riempiti e poi sigillati con argilla finissima, collocati in nicchie artificiali a pareti o in alloggiamenti a terra sistemati con sassi a fare da fermo; in corrispondenza di un punto sorgivo invece la ceramica ( miniaturistica) è stata deposta direttamente sulla roccia , con l'acqua che vi scorreva sopra, ne sono conferma le abbondanti concrezioni calcaree sul vasellame. L'azione rituale prevedeva anche offerte di cibi e bevande alla divinità, di cui sono stati trovati i resti di combustione. I punti di deposizione primaria sono in corrispondenza di lastre di pietra che, assieme ad una passerella di legno, dovevano costituire un percorso. Il centro della grotta non presenta concentrazioni di deposizioni votive ed il fondo roccioso è coperto da argilla finissima : si può quindi ipotizzare che fosse coperto d'acqua. Un fenomeno di grande rilievo che investe il Lazio , e in particolare il territorio del Latium Vetus in età tardo repubblicana , fra la metà del II e la metà del I secolo a.C , è quello della ricostruzione in forme monumentali dei santuari. Così come Roma, in questo periodo le città laziali sono protagoniste di uno straordinario sviluppo e di una rapida evoluzione urbanistica e di un incredibile incremento dell'edilizia pubblica , soprattutto sacra: tra cui il santuario di Giunone Sospita ( Lanuvio) e quello di Diana Aricina (Nemi). Vengono inserite , in contesti già presenti, creazioni con scenografiche articolazioni a terrazze e vedute assiali , che rappresentano il punto di arrivo di soluzioni urbanistiche già adottate in Grecia. Per quanto riguarda il santuario di Lanuvio , un altro importante intervento risale alla metà del I secolo a.C : di tale epoca sono riconducibili i resti principali del secondo complesso edilizio , che consistono in un portico ad arcate con semicolonne doriche. Era proprio in fondo al portico che s'inseriva una piccola porta che viene identificata come l'accesso alla grotta dove era conservato il serpente sacro alla divinità. La decadenza del culto si ebbe ,poi, all'inizio del 319 d.C con l'editto di Teodosio che decretò il Cristianesimo come unica religione ufficiale e , di conseguenza, la chiusura di tutti i templi pagani tra cui quello di Lanuvio. Il Tempio di Diana sorgeva immerso nel bosco sulle sponde del lago di Nemi, denominato lo specchio di Diana e considerato un luogo sacro dalla popolazione. Insieme al Tempio di Giove sul vicino monte Albano, il santuario era considerato il più importante centro religioso e politico della Lega Latina. Il Tempio si sviluppava su un'area di oltre 5.000 mq: un vasto terrazzamento artificiale sosteneva due portici e grandi nicchie semicircolari accoglievano eleganti sculture; poco lontano, un teatro. Dell'intera struttura sono ancora oggi visibili una parete con le grandi nicchie, una parte del pronao con l'altare votivo ed alcune colonne. Con l'avvento del Cristianesimo, il Tempio di Diana fu abbandonato, spogliato dei marmi e delle decorazioni e utilizzato come cava di materiale da costruzione.

La prossima tappa del nostro viaggio ci porterà alla scoperta del fenomeno legato alla proliferazione delle grandi ville di personalità di un certo rilievo nel territorio dei Colli Albani tra l'ultima fase repubblicana e l'età imperiale.

A cura di Margherita Perciballi