L'Arte di Indagare IV tappa

Nella quarta tappa del nostro viaggio nel tempo andremo alla scoperta dell'epoca arcaica ( dal VI e per tutto il V secolo a.C ) dove il segno più forte del'attività delle città del Latium vetus, prima dell'affermazione della stragrande potenza di Roma, è quello dell'edilizia pubblica , sia sacra che civile. In ogni centro si moltiplica la costruzione di templi e santuari , che hanno la funzione di luoghi vitali di rapporti fra popoli e gruppi diversi.

Nel corso della seconda metà del VII secolo a.C si verifica una trasformazione strutturale che modifica completamente l'aspetto degli abitati: si passa dalle capanne alle case,a pianta regolare talora divisa in due ambienti aperti su un cortile,con tetto di tegole e muri in zoccolo di pietre alzato a graticcio, formato cioè da una struttura portante a telaio di legno tamponata di argilla oppure da pietrame e mattoni crudi.

Cominciano a diffondersi nella stessa fase gli edifici di culto pubblici, non molto grandi e, come le case private, a pianta rettangolare.

La realizzazione di queste costruzioni determina negli abitati un cambiamento in senso "urbano", con la creazione di strade e piazze, in un'organizzazione spaziale ragionata, e si accompagna alla costruzione di più nuove ed estese fortificazioni : nascono le città. Successivamente, dal VI secolo e per tutto il V (epoca arcaica) il segno più forte dell'attività edilizia diviene proprio quella di tipo pubblico, sia sacra che civile. In ogni centro, infatti, si moltiplica la costruzione di templi e santuari, ormai monumentali ed ornati da ricche decorazioni di terrecotte architettoniche policrome, che hanno anche funzione di luoghi vitali di rapporti fra popoli e gruppi diversi. Tale frenetica attività edilizia in ambito sacro diede un fortissimo impulso all'attività degli artigiani, che producevano le decorazioni architettoniche in terracotta per gli edifici di culto, i quali, coperti da tetti lignei, avevano bisogno di una protezione contro gli agenti atmosferici. Tale necessità pratica diventò rapidamente un elemento di raffinato arricchimento degli edifici, anche con figurazioni complesse, che giunse a livelli qualitativi particolarmente alti. Nella fase più antica lo stile è molto vicino a quello etrusco che , infatti secondo la tradizione, avrebbe avuto il suo promotore nel famoso scultore Vulca di Veio, chiamato a Roma per la decorazione del tempio di Giove Capitolino. A Lanuvium sorgeva il tempio di Giunone Sospita. L'importanza di questo luogo sacro riecheggia nello stemma della città, sul quale è raffigurata Giunone ed il serpente, con la scritta I.S.M.R ( Iuno Sospita Mater Regina). Cicerone riferisce che Lanuvio era ricco di edifici religiosi e che tra questi il principale e più celebre era senza dubbio proprio il santuario dedicato alla divinità. Giunone era un'antichissima divinità italica legata al ciclo lunare adorata da etruschi, sabini ed umbri. Protettrice della vita delle donne in tutti i suoi aspetti: la purezza delle fanciulle, i matrimoni, la fedeltà delle spose e il parto. Il Santuario faceva parte dell'acropoli di Lanuvio; dove sul finire del VI sec a.C. si diede vita a un grande tempio di tipo tuscanico orientato ad ovest a cui vanno attribuite sia alcune strutture in peperino ancora visibili che una serie di terrecotte architettoniche, rinvenute, all'interno di una favissa votiva, da Lord Savile negli scavi del 1894-1892 e che, in buona parte, si conservano presso il British Museum di Londra. Si tratta di splendide antefisse a nimbo traforato di fattura campana con alcuni frammenti della cornice di  coronamento laterale, della cima di un cornicione costituito da volute che sorreggono delle piccole palmette, di una lastra della trabeazione decorata al centro con un motivo geometrico floreale, con  Kyma (modanatura) ionico nella zona superiore e con palmette in quella inferiore. Il tempio tardo-arcaico doveva essere a tre celle, con quella centrale leggermente più stretta delle laterali, e con due file di colonne nel pronao. Dopo la conquista romana di Lanuvio, avvenuta nel 338 a.C, il Tempio di Giunone Sospita entrò nell'orbita di Roma.

A questo periodo vanno sicuramente attribuiti i lavori di ricostruzione di tutto l'impianto religioso che, rispetto alla precedente struttura (del VI sec. a.C.), mutò appena l'orientamento riutilizzando molti blocchi del tempio tardo-arcaico o della II fase a cella centrale con alae laterali.

In fondo al portico, relativo al santuario, un piccolo passaggio dava accesso ai cunicoli sotterranei che conducevano alla grotta dov'era custodito il serpente divino. Si narra infatti che nei sotterranei dimorasse un serpente sacro alla Dea e che ogni anno vi si svolgesse un rituale propiziatorio per ottenere un buon raccolto. Il rito era talmente complesso che fu istituito, stando alle fonti, un apposito collegio sacerdotale. Properzio narra che annualmente delle vergini offrivano focacce ad un serpente che si trovava in fondo all'antro. Le fanciulle percorrevano il tragitto in discesa verso la grotta, in solitudine, recando le offerte alimentari dentro a canestri. Se il serpente accettava il dono si prospettavano raccolti fruttuosi, in caso diverso la fanciulla veniva sacrificata per scongiurare il rischio di carestie.

-RICOSTRUZIONE DEL PORTICO DEL SANTUARIO DI GIUNONE SOSPITA-

Sui Colli Albani particolare rilievo ebbe tra i santuari dedicati nell'antichità alle divinità protettrici delle popolazioni italiche, quello consacrato alla dea Diana nel bosco Arcino, che più di tutti affascina ed incuriosisce. Il santuario detto "Nemus Dianae" sorgeva nel bosco sacro situato presso le sponde settentrionali , nella valletta pianeggiante e selvosa , che da Ovidio è stata indicata come "Vallis Aricina". Nel VI sec a.C il tempio di Diana aveva struttura lignea con rivestimento in terracotta, frontone aperto, quattro colonne sulla fronte ed ampia cella con ali laterali . A questa fase, in cui si diede vita ad un grande tempio di tipo tuscanico, vengono attribuite alcune strutture in peperino ancora visibili ed una serie di terrecotte architettoniche rivenute all'interno di una favissa votiva (luogo di deposito di oggetti votivi in prossimità di un santuario) e che , in buona parte, si conservano presso il British Museum di Londra.Il culto della dea si svolgeva nel bosco sacro situato ai piedi del santuario dedicato a Giove Laziale sul monte Albano. Il culto di Giove Laziale e quello di Diana erano in stretta relazione tra di loro e rappresentavano un vero e proprio punto di riferimento per il popolo latino. Il sommo sacerdote di questo culto , che ricopriva contemporaneamente la carica di sacerdote e re, era il "Rex Nemorensis". Il re sacerdote doveva essere uno schiavo fuggitivo che, una volta entrato nel bosco sacro alla divinità, tentava di spezzare un ramo dall'albero sacro. Questo "ramo sacro" era il vischio. Riuscendo a spezzarlo, il fuggitivo otteneva la possibilità di poter sfidare il vecchio Rex in un duello fino all'ultimo sangue. Colui che riusciva ad uscirne vincitore si conquistava la possibilità di avere il diritto di poter divenire il nuovo Rex. Il suo regno e la sua vita dipendevano, quindi, dal vigore del suo corpo e dalle proprie abilità fisiche. Questo sanguinoso rito venne importato in Italia da Oreste, figlio di Agamennone, il quale riuscì a portare ad Ariccia un simulacro di Diana Taurica ,alla quale era attribuito il crudele rituale. Il santuario della divinità era considerato il fulcro della federata lega latina. Infatti, la stessa Diana , non è da considerarsi una divinità romana ma latina. Diana era associata al ciclo della luna che determina i ritmi biologici; era così associata all'universo sessuale e riproduttivo ed era colei che veniva indicata come protettrice delle donne in gravidanza. Per quanto riguarda la sua iconografia , una delle prime raffigurazioni della divinità era la Diana Triformis che consisteva in un'unica figura che rappresentava contemporaneamente Selene-Artemide-Diana. Alla fine del II sec a.C il Santuario venne ricostruito con un aspetto monumentale e scenografico. Molto insolito era il fatto che , sicuramente, era un tempio dove si svolgevano cerimonie in onore della dea ma in modo molto più teatrale che religioso, come testimoniato dalla presenza di una scuola di attori al suo interno. Durante la campagna di scavo vennero rinvenute molte sculture che erano molto di più legate al mondo dello spettacolo che a quello divino . Molti studiosi convennero che esse appartenevano ad una associazione di attori e pantomimi. Probabilmente quello che si celebrò successivamente sulle rive del lago, con le famose navi , era una rappresentazione – spettacolo del culto a carattere , possiamo dire, privato fatto appositamente per l'Imperatore e le persone a lui vicine. Lo stesso imperatore Caligola ebbe in ruolo di primo piano nello sconvolgimento dei festeggiamenti in onore della Dea. Prima di tutto fece uccidere da un sicario il Rex Nemorensis , troncando così l'antica e sacra tradizione. Poi trasformò, sotto la sua stessa regia, i riti in una sorta di religione privata ricca di elaborate e spettacolari scenografie. Lui stesso amava travestirsi ed impersonare divinità , tra cui la stessa Diana.

W.TURNER, -IL RAMO D'ORO- (1834,Tate Gallery Londra)

Sul versante nord-occidentale di Velletri si conservano i resti di quello che senza dubbio è il monumento antico più noto della civiltà laziale : il tempio rinvenuto sotto la chiesa delle SS.Stimmate , già dedicata a S.Maria della Neve, scavato una prima volta nel 1748. L'edificio templare fu preceduto da un periodo di frequentazione riferibile alla I Fase del Ferro Laziale ( XI-X sec a.C) , forse attinente ad abitazioni , mentre già nel VIII sec. a.C compaiono materiali votivi , che fanno presupporre la presenza di un vero e proprio luogo di culto. Del tempio si sono individuate tre fasi successive:la prima tardo orientalizzante o alto arcaica (VII-VI a.C) , costituita da un edificio con cella unica e pronao, circondato da un recinto sacro in opera quadrata di tufo, di cui resta un lato; la seconda del 530 a.C costituita da un tempio di tipo tuscanico ad alae , con una ricca decorazione fittile in stile ionico. La decorazione architettonica a lastre fittili comprende sei motivi, consistenti in processioni, banchetto, corsa di cocchi , corsa di coppia di cavalieri e consenso. I lati lunghi del tetto erano occupati da gocciolatoi in protomi ferine alternati ad antefisse con teste femminili, mentre gli acroteri laterali erano costituiti da sfingi e quello centrale da due grandi volute ; il frontone doveva ancora essere di tipo aperto. Un'ulteriore fase si concretizzò , limitandosi al rinnovamento dell'apparato decorativo, agli inizi del V sec a.C, molto probabilmente in relazione alla presa della città da parte dei Volsci ; infatti , le decorazioni attestano ancora un'influenza di tipo etrusco-laziale. Quarto intervento , che si limitò anch'esso alla decorazione , si ebbe tra il IV-III sec a.C , portò alla sostituzione dell'acroterio centrale con una maschera gorgonica. Nel 1784 durante i lavori , voluti dal cardinale S.Borgia, furono ritrovate una Lamina Bronzea con scrittura arcaica e 16 lastre etrusche di terracotta con scene di banchetti , processori e corse di carri dipinte a rilievo. Il materiale rinvenuto, che apparteneva al tempio etrusco-italico del IV sec a.C , dedicato ad una divinità sconosciuta : Decluna .Oggi , la lastra è conservata presso il Museo Archeologico di Napoli. Sul Monte Cavo , conosciuto dai latini come "Mon Albanus", vi era uno dei più importanti luoghi sacri del territorio proprio come l'Olimpo lo era per i Greci. I Latini consideravano il Mons Albanus come loro montagna madre , il punto più alto e possente del territorio. Questo santuario , che richiedeva il transito sulla Via Sacra, sin dall'origine era costituito soltanto da un recinto di querce ed era dedicato al Dio supremo dei latini Giove Laziale ( Iuppiter Latiars) . Nel luogo sacro si celebrava l'annuale festa delle "feriae latinae" , alla quale partecipavano tutte le comunità federate. In questa occasione , i popoli della Lega si ritrovavano e rinsaldavano i reciproci vincoli di appartenenza ed alleanza. Il rito principale di questa festa era il sacrificio di un toro bianco che non era mai stato soggiogato e le sue viscere , bruciate sull'altare, si offrivano alla divinità , mentre la carne si divideva tra i rappresentanti delle comunità latine. I giorni delle feriae erano caratterizzati da un periodo di pace e la comunione della carne era l'atto fondamentale della stessa cerimonia. Attualmente il santuario è in pessimo stato di conservazione. La causa maggiore di tale distruzione dell'impianto religioso antico, fu la costruzione di un convento nel XVIII secolo, che occupò il sito del santuario. Ciò che ci attesta , però , con sicurezza l'esistenza del tempio è stato il ritrovamento del relativo deposito votivo.

La quinta tappa del nostro viaggio nel tempo ci porterà alla scoperta delle guerre contro le popolazioni che s'insediarono nel Latium Vetus e le conseguenti annessioni territoriali che furono il primo passo di una politica di conquista che avrebbe portato Roma a divenire in breve tempo la potenza egemone nell'Italia centrale.

A cura di Margherita Perciballi